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Come lo spazio può orientare il nostro sguardo

Una lettura di Ratatà 2025

Come lo spazio può orientare il nostro sguardo

Ratatà, festival che anima Jesi ormai da ben due anni, è sinonimo di illustrazione, fumetto, editoria, ma non solo, anche di condivisione, passione e meraviglia. Noi di Tonidigrigio siamo parte del numeroso pubblico che aspetta trepidante questi tre giorni di colori e festa, non solo per passione ma con l’interesse di chi fa parte di questo mondo. Cosa succede quando un festival come questo trasforma la città in un ecosistema di immagini?

Nella Chiesa di San Bernardo, Roberto Catani ha presentato, per la prima volta a Jesi, il suo ultimo lavoro: Il burattino e la balena.
Nella penombra della navata, l’altare restituisce la figura vibrante del burattino in piedi, mentre poco più in basso, dove un tempo si custodivano le reliquie, ecco il medesimo corpo disteso, controcampo inatteso della stessa storia. Entriamo e ci colpisce l’atmosfera. L’allestimento tra file di banchi e piccoli punti di luce restituisce un senso di raccoglimento naturale come trovandosi di fronte a una messa laica. A mano a mano che ci avviciniamo, però, scopriamo che i lumini sono espositori retroilluminati che accolgono su misura i disegni del cortometraggio: un gesto che restituisce al processo creativo una dimensione sacra e rituale.

Scelte come questa raccontano più del singolo allestimento: indicano una direzione. Portare un’opera così intima in una chiesa sconsacrata significa rimettere in circolo luoghi sospesi e guardare alla cultura da un punto di vista nuovo e inatteso.

La stessa logica abita la Mostra-mercato, allestita in un’ex sala da ballo nel cuore del quartiere San Giuseppe. Uno spazio non levigato, volutamente imperfetto, che conserva ancora i segni della sua storia e proprio per questo capace di accogliere un’energia diversa. Al suo interno editori, collettivi e autoproduzioni diventano parte di un racconto che riguarda tanto ciò che espongono quanto il luogo che li ospita.
È questa la traiettoria che Ratatà sembra suggerire: Il festival restituisce una città che non è sfondo, ma parte attiva del processo. Ed è in questo scarto, quando un’opera esce dal perimetro previsto e si colloca altrove, che qualcosa si muove nel nostro modo di guardare: anche un lavoro che conosciamo acquista una densità diversa una volta sottratto al suo ecosistema abituale. Fuori dal museo, senza l’apparato che ne guida la lettura, l’opera entra in frizione con il luogo, e la frizione apre spazio a interpretazioni nuove, più porose e meno prevedibili.

Ratatà mostra come questo cambiamento non sia una questione logistica, ma un’operazione culturale che sposta l’asse consueto del nostro sguardo e genera un disallineamento: la chiesa sconsacrata, il quartiere che non ci aspettiamo. Così l’immagine ci rivela qualcosa di noi, che altrimenti non avremmo conosciuto.

Irene Sorrentino

Irene Sorrentino

Copywriter

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