• 10.04.2020
  • #note

Il valore del silenzio e della pazienza

In questo periodo, chi fa comunicazione sente una responsabilità particolare. Il confine tra persona e professionista, tra personale e professionale, se da sempre è difficile da tracciare ora sembra difficile anche da percepire. Così per guardare fuori, una volta di più, dobbiamo guardarci dentro.
Siamo prima di tutto esseri, con tutte le nostre fragilità. Questo evento ci pone inevitabilmente di fronte a questa condizione, che nel nostro quotidiano, prima di eventi straordinari, cerchiamo di rifuggire. 

Come esseri assorbiamo quello che ci capita intorno, dentro un ecosistema che viviamo e che si alimenta in connessione. Non siamo soggetti slegati uno dall’altro.
Così ci sentiamo travolti da questo uragano fatto di venti, tuoni, tempeste, di pioggia e sale, che odora di morte e distruzione. Assorbiamo tutto questo, e dobbiamo farlo. 
Quando fuori c’è rumore, e negli ultimi anni è stato un crescendo di voci e presenze, la nostra professione si misura con la necessità di guadagnare ascolto, gridando più forte, mostrandoci più forti e convinti di quello che diciamo.
Come possiamo, ora che ci sentiamo così fragili ed esposti, continuare ad affermare tutto questo e a convincere i nostri clienti che è giusto farlo, che è giusto mostrarsi centrati e felici, pronti a calarsi in questa nuova condizione, più motivati di prima.
Non siamo antifragili, come molti vorrebbero farci credere. Non dobbiamo essere nemmeno resilienti a tutti i costi. Personalmente sono parole che non riesco più a sentire, a stento riesco a scriverle.
La verità è che siamo tutti fragili ed esposti, nel nostro personale, negli affetti, nel senso di incertezza dilagante. Siamo prima di tutto persone, poi professionisti e infine professori. Cioè capaci di professare le nostre competenze e capaci di suggerire traiettorie certe, vie d’uscita sicure, opportunità cristalline.

Ognuno di noi vive questa quarantena a modo suo. Io, personalmente, avendo la fortuna di poterlo fare di fronte al mare e potendo uscire ogni giorno in giardino, sto cercando di respirare l’aria salmastra a pieni polmoni e di osservare quello che di solito mi sfuggiva, troppo preso dall’urgenza di uscire all’esterno.
Ora ho tempo per fare colazione fuori, osservare il sole che cresce, guardarmi intorno e ascoltare. 
All’inizio si coglie solo un silenzio assordante, quello delle auto che non ci sono, dei treni che non passano quasi più, della gente chiusa in casa. 
Poi ti stanchi di vivere l’assenza e cominci a cercare altro, così ti accorgi che intorno a te le cose cambiano, attraverso piccoli e impercettibili mutazioni. Sono quelle di una natura che sta uscendo dal suo letargo. Che si è congelata in attesa delle condizioni giuste, che ha saputo aspettare.
Certo, vivere di fronte al mare, quando cresce e, come nell’ultimo anno, si riprende quello che era suo, non è facile e non tutto è sopravvissuto. Ma molti delle piante e dei fiori che sembravano non avercela fatta stanno germogliando. E lo fanno in silenzio.

La natura ha davvero molte cose da insegnarci.

Per le piante è normale starsene il silenzio. Conoscono il valore della pazienza. Eppure, quando ci sono le condizioni per esprimere tutta la loro bellezza e forza vitale, lo fanno in modo assoluto. La loro attesa non è un’arresa, è una possibilità: la possibilità di potersi esprimere. Congelando i loro ritmi, creano il presupposto per ripartire. 
Le piante sempre fiorite, qua, non ce la fanno, continuiamo ciecamente a piantarle ogni anno ma muoiono mentre sono ancora in fiore.

Siamo esseri viventi, forse questo è il momento di riconoscere le nostre fragilità e guadagnare la consapevolezza che possiamo fiorire quando ce ne sarà la condizione.
Forse questo è il momento di non dire a tutti i costi e di scegliere accuratamente ogni azione da compiere perché, più di ogni altra cosa, questo momento sarà in grado non solo di tracciare delle nuove possibilità ma anche di raccontare davvero chi siamo.
Oggi, anche come professionista, riconosco e apprezzo il silenzio come forma di rispetto per chi non ce la fa, come opportunità di ascolto per potersi riconoscere.
Oggi, cerco di educarmi alla pazienza, perché tornerà presto il momento dell’urgenza e non voglio rischiare di non aver imparato nulla da quello che ci sta capitando.

Alcuni anni fa ebbi la fortuna di conoscere il popolo Inuit. Erano nomadi e costantemente di fronte alla loro condizione di fragilità in mezzo alla natura totalizzante della Groenlandia, e sapevano fare in modo spontaneo tutto quello che per noi è quasi utopico immaginare. Conoscevano il valore del silenzio, dell’attesa.
Ma questa è un’altra storia.

Massimo